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Racconti

Notturno #4 – la quarta ora: un milione di piccoli pazzi.

Qui un estratto dalla quarta puntata della prima stagione di Notturno. Fra poco sarà disponibile anche la quinta ora e poi il finale di stagione. Se vi piace – una volta sbloccata la lettura – qui di lato trovate i link per poter acquistare i formati cartacei e i kindle. per altri formati (tipo il più democratico pdf) a breve lo metterò disponibile qui ) iscrivetevi alla newsletter per restare informati sulle varie uscite e aggiornamenti.

Grazie, scusate l’introduzione noiosa, e buona lettura:

 

Quando sogna, l’uomo è un gigante che divora le stelle.

(Carlos Saavedra Weise)

 

La quarta ora:

un milione di piccoli pazzi.

Il Re Tenebra era nella sala del trono, solo, che giocherellava con un coltello con la mano destra. Ai suoi piedi uno strano felino, con quattro paia di orecchie e due code sonnecchiava soddisfatto. La sala era quasi completamente buia, fatta eccezione per la flebile luce che proveniva dal corpo di Ragione, chiusa in una sfera di cristallo. Era rannicchiata a terra in posizione fetale, e piangeva silenziosamente.

“Davvero credevate sarebbe stato così facile?” Il tono di Tenebra era neutro. Né derisorio né meravigliato. Era come se leggesse qualcosa o lo dicesse sovrappensiero.

“Davvero pensavate che vi avrei lasciato agire indisturbati, o che non me ne sarei accorto?”.

“Tu… tu – sniff – non capisci… a te cosa cambia?… sniff… perché… PERCHE’? Era disperata ed in un impeto di vita si alzò in ginocchio e picchiò i pugni contro la parete trasparente che la imprigionava. 

Il vetro non vece neanche rumore.

Nel buio balenò un sorriso che era tutto fuorché distensivo o rassicurante: una macchia bianca quasi accecante nella totale assenza di riferimenti… Il Re Tenebra sorrideva. “Io non posso permettere che le cose cambino. Se cambiate adesso poi vorrete farlo ancora, e il cambiamento non è mai portatore di buone nuove.” si alzò e si diresse verso la sfera “Quello che gli esseri piccoli ed insignificanti come te non capiscono è che il sogno è sogno in quanto tale, se lo rendi reale poi perde di colore. Sognatelo, ma lasciatelo li. Sognare un cambiamento è sempre di gran lunga migliore che poi vederlo attutato. Tutta una questione di aspettative e fisica combinate fra loro. Voi volete cambiare l’ordine precostituito, la natura delle cose. Ed io non posso permetterlo: il mio ruolo me lo impone.” 

Dicendo questo si era inginocchiato verso la fatina, arrivando quasi con la fronte a toccare la parete della prigione trasparente.

“Preparati alla fine.” e restò lì, fermo a guardarla, mentre lei piangeva e si rimetteva accovacciata in terra.

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Erano così da un po’: le due teste appoggiate fra loro lateralmente, spalla a spalla, i nasi praticamente incollati alla superficie del geode di cristallo con gli occhi fissi su quella moltitudine di piccoli ometti fluorescenti.

“Secondo te cosa sono?” chiese David, genuinamente meravigliato da quell’esercito di piccoli esseri.

Dal canto suo Sentimento era preso completamente alla sprovvista “Non lo so, davvero… non so che dirti…” e la cosa lo faceva impensierire non poco. 

“Forse dovremmo chiederglielo. Che dici?” A David pareva una cosa normale da fare: non sai, chiedi. Semplice, lineare e finalmente senza ambiguità.

“ALLORA: CHI-SIETE-VOI?” urlò scandendo le parole e le lettere. Ci teneva ad essere capito.

Gli ometti lo fissarono senza espressione.

“HO DETTO: CHI-SIETE-VOI?” Urlò ancora più forte parlando ancora più lentamente. Probabilmente non avevano capito, chissà come avrebbe fatto a farsi intendere.

“Che problema hai, gigante?” una vocina dal mezzo alle facce.

“GIGAAAAAAAAANNNNNTE!” Tuonarono tutti gli altri insieme. 

Quanta insolenza! “Che vuol dire che problema ho, gnomo radioattivo, ti ho chiesto chi siete voi.”

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