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Racconti

Notturno #1 – la prima ora: l’omino sotto il letto

Tardi.

Era già tardi e sicuramente non avrebbe giovato a nessuno se si fosse fermato a comprarsi un pacchetto di sigarette, e fu anche per questo motivo che lo fece: ne aveva pieni i coglioni di fare ciò che era conveniente e consigliato. 

Aveva passato tutta la serata a rincorrere situazioni al limite del ridicolo senza che poi niente si portasse a compimento, ed era stanco e triste. La vita era una merda e quel venerdì sera non aveva certo fatto eccezione.

Aprì il pacchetto e si accese una sigaretta per noia più che per voglia: non era un gran che neanche come fumatore, oscillava tra le tre e le quaranta al giorno, dipendeva solo da quanto sovrappensiero riusciva a stare. Le sigarette erano soprappensiero o noia, raramente erano appaganti. Si girò a guardare la strada in notturna. La luce gialla di un faro stava illuminando un ubriaco che pisciava contro la rete di recinzione di un giardino, poco lontano da un mucchio di cassette della frutta appoggiate fuori da un cassonetto. Sbuffò e si girò un poco di lato, verso destra distrattamente, e vide un movimento strano (o almeno, gli parve di vederlo): come una specie di lucciola, , una striscia luminosa solo intuita che spariva velocemente dietro un angolo poco illuminato.

Rimase così, inebetito fissando quell’angolo chiedendosi se effettivamente l’aveva vista o se fosse solo stanco.  E fu con questo dubbio che rimontò in sella alla sua bicicletta e si diresse verso casa.

Davanti al portone si mise a cercare le chiavi di casa frugando nella borsa e nelle tasche. Non capiva come fosse possibile essere certi di avere una cosa con se e contemporaneamente non riuscire a trovarla. Era come se l’oggetto avesse la capacità di spostarsi di tasca in tasca, per dispetto. Era allucinante. 

Ebbe la meglio e riuscì a trovale lì dove ricordava di averle messe, e dove per almeno due o tre volta gli era parso di non trovarle. Mise la chiave nella toppa e girò, facendo attenzione a non fare troppo rumore, che i suoi dovevano essere già a letto e non aveva voglia di svegliarli. Avrebbero trovato il modo di rompergli le scatole, e la serata – pensava lui – poteva tranquillamente finire li.

Entrò e filò dritto in camera, tirando i vestiti a caso e lasciandosi cadere a peso morto nel posto in cui ricordava ci sarebbe dovuto essere il letto. Fortunatamente c’era ancora: restò in silenzio qualche secondo e poi si spense.

Sognò una lucciola con la testa in fiamme e con occhi cremisi. Sognò vortici e artigli e insetti.

Poi più nulla, buio e silenzio.

Un rumore.

Un rumore?

Si svegliò certo di aver sentito un rumore provenire da sotto il letto. Ora, certo era una parola grossa, giacché stava dormendo. Diciamo che era abbastanza persuaso, ecco. Banale, per altro, come fobia notturna, lo sapeva benissimo. 

Fin da piccolo (anche se aveva a malapena superato i 20 anni, adesso tutto ciò che era accaduto fino all’anno prima lo aveva infilato in un immenso sacco con su scritto “cose successe quando ero piccolo”) si era immaginato intere legioni di esseri infernali abitargli sotto il letto, intente a tramare nell’ombra mimetizzate con la polvere, attendere il momento propizio per attaccarlo nel cuore della notte. Denti aguzzi, fiati torridi e pestilenziali e pelli squamose o ricoperte di peli. Quindi ok: avrebbe sicuramente potuto essere un poco più originale.

Ciò nonostante era certo di aver sentito un rumore sordo provenire da sotto il suo letto.

“Ignoralo.” si disse.

Il suo cervello era sempre pratico: era fastidioso? Ignorare! Era impossibile? Ignorare! Era faticoso? Ignorare! In realtà più che pratico un’osservatore poco attento lo avrebbe definito fannullone.

Si girò sul fianco e cercò di riaddormentarsi, certo che l’allucinazione uditiva non avrebbe avuto seguito. E così fu. Per un qualche tempo, almeno: poi di nuovo quel rumore sordo da sotto il letto, come un bofonchiare sommesso.

In preda allo stato confusionale proprio di chi è appena sveglio ma non del tutto convinto, si affacciò ad occhi serrati sul lato del letto, verso la zona da cui credeva venisse quella rottura di scatole.

A fatica, e non dopo un grosso esercizio di volontà, aprì gli occhi.

All’inizio era tutto appannato e buio, quindi non riuscì a distinguere niente, tranne una macchia più chiara in mezzo al nero. Lentamente mise a fuoco, per scoprire che la chiazza chiara altro non era che un calzino di cotone arrivato lì non si sa come.

Poi un movimento rapido, quasi indovinato, non visto. Guardò in quella direzione e all’inizio non vide nulla. Sforzandosi un poco si accorse di due puntini luminosi fermi, immobili. Il rumore si era zittito, lasciando il posto ad un silenzio tanto totale quanto innaturale. 

“N-non mi ma-mangi! Per favore…”

La voce proveniva da sotto il letto, dai due puntini luminosi. Era un sussurro ed era impastato di terrore.

“La prego, signore: non mi mangi!”

Ok, stava ancora dormendo. Non c’era nessuna ragione logica per cui qualcosa o qualcuno, dotato di appendici luminose, dovesse stare sotto al suo letto a imprecare sommessamente per poi avere il timore di essere mangiato da lui. E dargli del signore, per giunta: era ancora un ragazzo! Ci pensò un attimo e decise di rimettersi a dormire. Si distese, testa sopra il cuscino, e chiuse gli occhi intenzionato a portare a termine questo impegno.

“Scusi se la disturbo signore: ma volevo sapere se posso continuare a cercare quel che cercavo senza il timore di esser divorato da lei. Posso?”.

Era impossibile. La voce proveniva dal lato sinistro del letto. Era flebile, acuta, piccola avrebbe detto per rendere l’idea. Ma non era possibile perché questo avrebbe comportato la presenza di un essere piccolo che si esprimeva utilizzando quella vocina. E lui avrebbe dovuto mettere in discussione tutta una serie di sicurezze acquisite negli anni che al momento non aveva certo voglia di sovvertire.

“Scusi..:” 

Appunto, la voce cominciava ad essere scocciante, e in questo modo lui non poteva dormire. Si girò sul fianco sinistro, in quella direzione, e aprì gli occhi.

Si trovò davanti un essere spiazzante. Un ometto piccolo, pelato, con naso aquilino ed occhialini tondi dietro i quali balenavano occhi luminosi bianco-azzurri, con le zampe ed il corpo di un ragno. Era lì che lo fissava. Il ragnometto

“Cosa?…”  Fu la prima cosa che riuscì a dire. 

“Che cosa… Cosa?” chiese il ragnometto. In effetti la sua era stata una domanda vaga. Al di la della situazione allucinante che stava vivendo, non era il modo migliore per avviare una conversazione. Occorreva ricominciare da capo e trovare un modo per passare sopra le mille domande che volavano a più livelli nella sua testa e formularne una, semplice, diretta, comprensibile.

“Cos’hai perso?” Chiese. Ecco: almeno cominciavamo dalle cose pratiche, che era sempre un’ottima soluzione.

“La ragione” rispose il ragnometto “Eravamo qui insieme, mi sono voltato un attimo e non c’era più”.

“Perfetto, allora siamo in due. Buonanotte!”

Fu una risposta di getto, ma tutto sommato sensata. E non era affatto sarcastico o aggressivo: era la verità. Nuda, semplice e brutale: era notte, era in camera sua e stava avendo una conversazione con un essere mezzo uomo e mezzo ragno alto non più di quindici centimetri che si trovava in piedi, sul lato sinistro del letto, e che lo fissava con occhi luminosi. 

“Oh” l’esserino sembrava sinceramente meravigliato “Anche lei conosce Ragione? Quindi sa che è imperativo ritrovarla prima che sia troppo tardi!”

Decise di tirarsi su e mettersi a sedere. Certo accendere una luce avrebbe aiutato, quantomeno a rendere il tutto leggermente più reale, ma non si doveva neanche essere troppo sofisti: in passato aveva pagato bei soldi per avere allucinazioni del genere, poteva essere interessante averne una gratis.

“Scusa, non ho capito. In che senso?”

Il ragnometto lo guardava pensieroso. Si avvicinò con fare leggermente diffidente, con le zampette ed il corpo teso pronto a scattare indietro a un qualsiasi movimento brusco. Lentamente, scandendo bene le parole, disse:

“Ragione. Alta più o meno così, capelli di fuoco, voce imperiosa, ali di libellula” “RA-GIO-NE!”.

Ah, ok. Quindi stavamo parlando di un altro essere, presumibilmente. Era un ulteriore passo avanti, questo: occorreva festeggiare. Allungò una mano e prese una sigaretta dal comodino. Ok, sua madre avrebbe dato di matto la mattina dopo, ma poteva sopravvivere all’evento date le circostanze. Accese la sigaretta e per un attimo, nel bagliore dell’accendino, il piccolo essere assunse una tridimensionalità che lo colpì. Era tutto vero quindi: se quella cosa proiettava un’ombra sul letto allora esisteva davvero.

Questo pensiero lo turbò profondamente, molto più del fatto che parlasse la sua lingua o di tutta la questione della perdita della ragione.

“No, mi spiace. QUELLA ragione io non l’ho proprio vista. Ma se la vedo ti faccio un fischio: tranquillo!”

E che se ne tornasse da dove era venuto. Fece per coricarsi nuovamente, quando il dubbio e la curiosità lo costrinsero a chiedere:

“Troppo tardi per cosa?”

Dal canto suo l’esserino ormai lo guardava fra il sospettoso e il rassegnato. Esitò come per valutare l’impatto che la risposta avrebbero comportato sui prossimi avvenimenti. Poi sembrò prendere una decisione e:

“Troppo tardi e basta. Ragione è fredda. Nessuna empatia, nessuna pietà: TARDI!”.

Porcaputtana! La faccenda stava cominciando a farsi seria. Ed interessante. Allora fece una cosa che non aveva mai fatto: prestò molta attenzione, si avvicinò e chiese:

“Tu come ti chiami?”

“Sentimento.”

“Ah, quindi Ragione e Sentimento, eh?” osservò il ragazzo non senza un tono ironico nella voce.

“Che c’è di divertente?” Sentimento pareva indispettito oltre misura.

“Oh, niente di che. Non preoccuparti. Io invece mi chiamo David. Mi dicevi che è imperativo trovare Ragione prima che succeda qualcosa di grosso. Dove l’hai vista l’ultima volta? Dove eravate, cosa facevate?” Era il metodo che utilizzava sempre per ritrovare le cose che aveva perso: percorrere a ritroso la strada fatta, pensare ai posti, alle frasi, alle musiche, alle facce. Contestualizzare. Sforzarsi di creare una mappa mentale che riportasse all’oggetto. Di solito funzionava, si ok, qui non stavamo affatto parlando di un oggetto. Ma il metodo restava buono comunque, a prescindere dal bersaglio.

L’omuncolo parve prendere la cosa sul serio e si fece pensieroso. Muoveva le mani indicando, scuotendole e agitandole, muovendo la bocca senza però emettere alcun suono. Stava cercando di ricostruire gli avvenimenti fino al momento del “distacco”. Poi si bloccò.

Restò fermo, con la bocca aperta in una “O” muta guardando in aria, con la mano sinistra su un fianco e la destra coll’indice alzato che indicava in alto.

Poi si rattristò, si girò verso David e disse:

“Il Gorgo. E’ caduta nel gorgo.”

La faccenda diventava sempre più drammatica ogni momento che passava: adesso che cazzo era questo gorgo? Un gorgo d’acqua, un turbine oppure una persona o meglio, un esserucolo metà uomo e metà insetto? David non fece in tempo a manifestare questo suo dubbio che Sentimento parve leggergli nel pensiero e si affrettò ad aggiungere:

“Un gorgo. Un vero gorgo. Un mulinello, se preferisce.”

“E dove cazzo lo avete trovato un gorgo nella mia stanza!?!” Ormai David urlava. Forse si sarebbe dovuto dare una calmata, ma più tardi, grazie. Adesso era esattamente il momento di perdere il controllo. Un gorgo in casa, in camera sua! 

Il ragnometto parve non capire pienamente la stranezza che quell’evento comportava, e continuò a divagare perso nei suoi pensieri. Scese dal letto e con un inquietante tip tip tip delle zampette sul pavimento andò vicino all’armadio, in fondo alla stanza. Rimase li, in piedi, si girò verso il ragazzo e indicando verso il due ante disse:

“Proprioooooo…. Lì!”

Cazzate. Ora era arrivato il momento di porre fine a questo delirio senza senso: un piccolo ometto-ragno di nome Sentimento aveva perso un altro insetto di nome Ragione in un gorgo, in camera sua, nell’armadio. Ora, dovete sapere che la cosa più pericolosa contenuta in quella stanza erano un paio di mutande sporche finite, non sapremo mai come, tra l’armadio stesso ed il muro, sviluppando tutta una serie di forme di vita autosufficienti. Ma questo nessuno lo avrebbe saputo mai, quindi l’armadio era fino a prova contraria inerte. E sicuramente non conteneva un gorgo in grado di inghiottire esseri viventi.

E con questo si alzò scocciato ed andò di volata verso l’armadio, lo spalancò bruscamente aprendo le due ante con un rumore sistro, spostò col braccio destro i vestiti appesi all’interno mentre si girava verso l’esserino e disse:

“Come puoi vedere da solo, hai detto una cazzata!”

Non vide quindi, essendo di spalle, il gigantesco gorgo aprirsi nella parete interna dell’armadio, non vide i vestiti ingoiati dal turbinio di materia materializzatosi dal nulla, sentì solo una leggera brezza passargli sul collo e tra i capelli. Non vide neanche la gigantesca mano artigliata che lo afferrava per il colletto della maglietta da dietro. Non vide Sentimento saltargli addosso aggrappandosi all’elastico delle mutande, tantomeno lo sentì urlare un NOOOOOOOO abbastanza sostenuto.

David non si accorse di tutto questo. 

Sentì la leggera brezza, uno strattone deciso come un’accelerazione sulle montagne russe e poi il buio.

E il silenzio.

Tanto silenzio. Finché:

“Hey, signore, scusi, sta bene?”

La voce proveniva da chissà dove tra le pieghe dello spazio tempo. Il suo cervello era invaso da mille aghi. Ogni singola sillaba gli procurava dolori lancinanti, e la luce che gli colpiva le palpebre stava facendolo diventare cieco. Provò a protestare ma tutto quello che riuscì a produrre fu un verso strano e comunque non di senso compiuto. Quindi la voce insistette:

“Hey, mi sente? E’ vivo? Sì, si è mosso, è vivo. Ha bisogno di aiuto? Mi sente?”

Cercò di recuperare un minimo accettabile di funzionalità generale. Alzò un dito e fece un lungo verso gutturale. Cosa che fu accolta con entusiasmo anche troppo ostentato. Tutto sommato eravamo all’a b c della comunicazione. Comunque, pensò che per il momento avrebbero dovuto accontentarsi, sia lui che il ragnetto. 

Si mise a sedere appoggiando le mani dietro la schiena, e sentì sui palmi qualcosa di bagnato e soffice, quasi solleticante al tatto. Erba, ok, era sdraiato su un prato, ne era abbastanza certo. Per il momento niente di preoccupante. E ci doveva essere il sole visto il chiarore abbagliante che gli ferita la cornea. Stette così un attimo che poteva essere un anno: calmo, cercando di chiamare a raccolta tutte le forze. Prese un bel respiro ed aprì gli occhi.

In un primo memento ciò che vide fu solo luce: luce sopra e luce di lato, a destra ed a sinistra, anche sotto era convinto ci fosse luce e tutto era circondato da aloni e scintillii. Piano piano gli occhi si abituarono e allora cominciò a mettere a fuoco quello che gli stava intorno. Era in un prato, in effetti, ma non era verde. Era di un colore indefinito che lui avrebbe collocato nella paletta che andava tra il rosso scuro e il viola. Non avrebbe al momento saputo essere più preciso. Il cielo di contro era di un bellissimo verde acquamarina. I due colori insieme in realtà non disturbavano affatto. Era un po’ come essere finiti in un incubo pop, ma tutto sommato non era neanche male.

In lontananza riusciva a vedere quelli che in un primo momento sembravano essere un ibrido tra un fungo gigante e un albero. E niente di più. Ah, si: erano bianchi. Si ripromise di dare un’occhiata più da vicino se ne avesse avuto l’opportunità. Sentimento era accanto a lui. 

Grande quanto lui.

Oppure piccolo quanto lui.

Non aveva granché importanza, alla fine erano alti uguali, ed era quella l’unica cosa che contava.

Da vicino pareva ancora più inquietante. Adesso che erano alti uguali poteva vedere che Sentimento non aveva degli occhi come i suoi, ma delle sfere lucide verdastre. La cosa più che turbarlo lo affascinava: non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Per il resto era un normale ometto con il naso aquilino, calvo e con la barba bianca. Indossava una camicia verde ed un papillon Rosso viola. Ah, e chiaramente aveva le zampe di un ragno.

“Come va, tutto a posto? Sta bene?” gli chiese.

“Beh, considerato che non ricordo affatto come sono arrivato nella tana del bianconiglio drogato, direi di si.” Il sarcasmo lo confortava sempre, gli faceva pensare di avere tutto sotto controllo. “A proposito, visto che ci siamo: dov’è che siamo?” 

L’aracnide gli si fece vicino e sussurrò, con fare guardingo “Siamo Dilà”.

“Ooooooochei, e come ci siamo finiti, di grazia?” Era davvero interessato all’evento. Aveva avuto sensazioni, ma non ricordava di aver visto proprio niente. 

“Si è aperto un gigantesco gorgo nella parete interna dell’armadio, da cui è uscita un’altrettanto gigantesca mano artigliata che l’ha afferrata e l’ha trascinata qui.” 

David soppesò la faccenda. In effetti raccontata così non era neanche male: epica, quasi. Una cosa tra Raimi e Spielberg. Era comunque una cosa senza logica quella che era accaduta, non doveva farsi prendere dai facili entusiasmi: non c’erano telecamere né pubblico, di fatto era stato rimpicciolito e teletrasportato in un posto “altro” senza che avesse la minima idea del perché e del per come, con l’unica certezza di essere in compagnia coatta di un ragno alla disperata ricerca della dispersa Ragione.

Per un attimo sperò di non aver mai da spiegare o raccontare a nessuno questa faccenda: non lo avrebbero creduto.

Restava comunque da capire come mai uno si trovava nella tranquilla inutilità della sua esistenza di ventenne a carico dei genitori e tutto ad un tratto veniva proiettato in queste faccende lisergiche senza peraltro avere particolari meriti. Non era un grandissimo lettore, non era neanche un filosofo o un patito di giochi di ruolo. Se ne fregava dei videogiochi e anche i fumetti li leggeva, ma non si era mai ritenuto un grande appassionato. Non era esperto di niente: né di cose terrene né di cose ultraterrene. NON ERA NEANCHE RELIGIOSO! Quindi perché lui? E con questo quesito che già si andava facendosi sbiadito fin da subito nel suo cervello, si voltò verso Sentimento e chiese:

“Notizie di Ragione? E’ qui che si trova?”

“Non lo so ancora, ma mi è parso di vedere la striscia del Sogno.”

“Sogno? Che è questo sogno?”

“Il Sogno della Ragione: una striscia notturna in pieno giorno, come una bava di lumaca, ma fatta di notte, di stelle e di strani eventi cosmici. Ragione se la lascia dietro ovunque vada, e mi è parso di vederla laggiù, oltre il prato, mentre arrivavamo qua in volo.”

Non avrebbe detto niente: non un sorriso, non una battuta, non un commento. Il Sogno della Ragione… era ormai certo di trovarsi in una qualche sorta di delirio lucido, ma ormai c’era in mezzo e non poteva certo tirarsi indietro. Anche perché non sapeva (che fosse realtà o un’allucinazione) come fare a tornare nel suo letto.

“Non ci resta che andare a vedere. No?”

Si incamminarono verso il punto che aveva indicato Sentimento, e fu subito chiaro che non poteva andare. Il ragnometto forte delle sue otto zampe andava molto più veloce di lui. E la cosa anche se sul momento poteva essere ovviata da parte di David accelerando un po’ il passo, alla lunga sarebbe diventata stancante. Sentimento parve pensare la solita cosa e senza dire una parola gli mise le mani sotto le ascelle e se lo caricò in groppa. Ed eccolo li, finalmente! Se il se stesso bambino avesse potuto vedersi adesso: cavalcava su prati rossastri sotto un cielo acquamarina in groppa ad una sorta di sagittario-ragno. Fantastico. Doveva assolutamente procurarsi una spada. Ed un elmo, cazzo! Un elmo da spartano sarebbe stato perfetto! Era una cosa fantastica, altro che discorsi.

In quel modo arrivarono presto al punto in questione. Appena finito il prato, sul limitare del bosco. Questo era formato da quegli strani alberi-fungo bianchi che aveva intravisto da lontano poco prima. Avevano una superficie liscissima color avorio, tanto che sembravano ricavati dalla roccia. Al tatto erano invece soffici. Si ergevano imponenti sopra le loro teste per diverse lunghezze. Si misero a guardare in terra, all’ombra del bosco, frugando in mezzo alla vegetazione.

Ad un tratto la vide, e quando la vide seppe che era quello che stavano cercando: una scia bavosa e notturna. 

Ma non era esatto.

La scia NON sembrava notturna. Non era colore della notte. La scia ERA la notte. La scia era gelatinosa, ma era una gelatina che conteneva intere galassie, pianeti, corpi celesti, buchi neri, nebulose. Era uno spettacolo che David non aveva mai visto. Mentre guardava passò una stella cadente, qualcosa baluginò in un punto indefinito all’interno della scia di Ragione e una supernova esplose. E questo solo nel punto in cui lui stava guardando. Era esterrefatto, ma fu richiamato al presente dalla voce di Sentimento che gli intimava di proseguire per la missione:

“Allora? Che problema ha, si è addormentato? Ché non ha mai visto un Sogno di Ragione? Ma in che posto vive? Da dove vengo io c’è gente pagata apposta per pulire questo schifo!”

“Ognuno ha i suoi problemi”, pensò David, e si diresse verso il suo compagno di avventura, che adesso si stava addentrando nel bosco seguendo la traccia lasciata da colei che dovevano trovare.

Stavano camminando ormai da diverso tempo, (lui in groppa al suo aracnide da soma) e la situazione non era cambiata di una virgola: seguivano la scia di bava siderale, ma di Ragione ancora nessuna traccia. Un’altra cosa non era cambiata di una virgola: il tempo.

Il sole non si era spostato di un metro dal punto in cui si trovava, e dava l’impressione che il giorno si fosse cristallizzato nell’attimo in cui erano atterrati in quel posto. Oltre a questo anche gli  eventi atmosferici non erano mutati. Il vento non era girato, l’umidità non era aumentata, la temperatura non era calata:

TUTTO.

ESATTAMENTE.
SPIETATAMENTE.

MONOTONAMENTE.

UGUALE.

Una noia mortale.

Ed era nel mezzo del dondolio, in sella al suo atipico destriero, coccolandosi in una noia mortale ok, ma riposante, quando davanti a loro cadde dall’alto di un albero qualcosa. Qualcosa che urlava durante la caduta, seguito da un misto di foglie e scintille e fumo e scoppiettii e che si ammutolì subito dopo l’impatto a terra. Ci fu un attimo di silenzio. David scese dal ragnometto e si diresse al cumulo di foglie dentro il quale aveva visto atterrare-sparire quella cosa caduta dall’alto.

“Oè, tutto a posto li sotto?” Chiese.

All’improvviso dal mucchio di fogliame e rametti sbucò una testina tonda, arancione, con un occhio solo al centro. Un bellissimo occhio, azzurro con venature bianche, iride verticale come i rettili. Ma comunque uno solo.

“Tuttobenetuttobene” rispose l’ominide, mentre si stava tirando fuori dal mucchio di foglie. Era in tutto e per tutto una lumaca, col guscio. Solo che aveva due paia di braccia che uscivano dal busto (due arti per lato) e un unica antenna che era quella “testa” con l’occhio unico al centro. era anch’essa alta quanto lui. Concluse che quella doveva essere la misura standard.

Attaccato al guscio aveva un groviglio di corde, un telo bruciacchiato e strappato ed un qualcosa che assomigliava ad un razzo o a un fuoco artificiale.

“Che è successo?” Chiese il ragazzo.

“Nientedinulla. Unesperimentoaerodinamico!” Rispose la lumaca.

“Un successone, eh!” Sogghignò David mentre gli si faceva vicino per sorreggerlo e tirarlo fuori dalle foglie. “Aspetta, ti do una mano”.

“NON LO TOCCHI!” Urlò Sentimento, poco più dietro. “E’ una Cicloumaca, e le Cicloumache sono traditrici!”.

Sentendo la voce l’occhio si affacciò sopra la spalla di David per vedere oltre, e quel che vide pare turbarlo: “Chevvuoi? Avevamodecisodinonvedercipiù!”.

Benissimo, allora i due si conoscevano, ed evidentemente non erano propriamente in buoni rapporti.

Sentimento si fece avanti e con gesti teatrali e voce rotta da qualcosa a metà strada tre emozione e pianto: “Tu dovresti solo vergognarti! Tu mi hai deliberatamente ferito, August! Io ho preso il mio cuore e te ne ho fatto dono, e tu ci sei saltato sopra ballando e cantando. Mi hai tradito ed umiliato! Tu, colui il quale io avevo scelto come compagno di vita! La persona per cui avrei ucciso e per cui mi sarei fatto uccidere. Mi hai umiliato! TI ODIO!” e si voltò, rompendo in un pianto disperato.

A David venne automatico di andargli vicino e portargli conforto: lo toccò sulla spalla, con voce quasi sussurrata: “Su, dai, non fare così. Vedrai che si sistema tutto. Magari non vi siete capiti… Magari è un malinteso…”

“MALINTESO UN CAZZO!” sbottò Sentimento. 

“Senticaro, iononhoffattoproprioniente. Hossolodetto chequeltipo noneraffattomale!”

“MA LO HAI DETTO DAVANTI A TUTTI I NOSTRI AMICI!” Sentimento era una maschera deformata dal dolore, ormai. Una cosa inguardabile.

“Manondiciamocazzate, erasolouno. Edèssordo!” August era a metà strada fra il divertito e l’incredulo.

“Questo non vuol dire niente. È solo un caso che ci sia stato solo lui. Potevano essercene anche altri.” 

David pensò che tutto sommato il mondo Dilà non era poi così diverso dal mondo Diqua. La gente si amava, litigava per cose più o meno serie (tutto in amore è serio, lo aveva imparato anche lui a sue spese: non esistono motivi futili, gli amanti hanno solo ragioni serie), si lasciava, perdeva cose, cercava di rintracciare amici perduti… Era abbastanza confortante che nel cambio di presepe non si fosse dovuto adattare anche ad un cambio di modalità sociali. Il fatto che la vita scorresse nel solito modo gli dava un pensiero in meno. 

Si rese però conto che doveva in qualche modo aiutare la situazione a sbloccarsi che si sa: i litigi fra innamorati o ex innamorati a volte portavano via tempo ed energie.

“Ok” prese il coraggio a due mani “Non per farmi i cazzi vostri, ma vorrei comunque poter dire una cosa: la vita è un attimo. Potremmo morire da un momento all’altro lasciando le cose in sospeso. Finché ci è possibile dovremmo chiarire e perdonare, se davvero c’è amore, perché rischiamo di perdere tutto.”

Ci fu un momento di silenzio. Era convinto di aver espresso il concetto perfettamente, e che le due creature avessero capito che non dovevano sprecar tempo ed energie a discutere, ma che dovevano spiegarsi,  scusarsi, amarsi. Adesso, ne era convinto, erano lì che cercavano dentro di loro la verità portata da quelle parole, il profondo senso della vita gli si era finalmente dischiuso innanzi, e dovevano solo riconoscerlo ed abbracciarlo.

“AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH” Fu invece una fragorosa risata dei due che squarciò quell’attimo di silenzio.

“Macchiequestoscemo?” Chiese August a Sentimento “Iltuonovofidanzato? Maddovelohairaccattato?”

“Non è affatto il mio nuovo fidanzato. E’ una lunga storia, e non è il momento di raccontartela, Tesoro, che abbiamo perso Ragione e dobbiamo ritrovarla prima che sia troppo tardi!”

“Oh” constatò pensieroso August “SeavetepersoRagionealloramisspiego anchelassciacattraversailbosco! Dobbiamotrovarla alpiùppresto. Nonhonnientedaffared’urgente: verròconvoi.”

“Oh, certo: adesso che c’è da farsi notare, adesso che c’è la possibilità di FARE L’EROE LUI VIENE CON NOI!” Sentimento sbuffava e smanaccava in giro, come a sottolinearle la grottesca portata dell’offerta dell’amico.

“Hey hey hey. Tutti calmi!” si affrettò a intervenire David, prima che si reinnestasse il botta e risposta di poco prima “Calmi. Se la situazione è grave allora abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile. Per trovare Ragione due occ—“ si interruppe imbarazzato guardando August “— un occhio in più può sempre fare comodo!”.

Ci fu un silenzioso scambio di occhiate, come ad aspettare che uno degli altri due avesse da dire qualcosa. Nessuno ebbe da dire niente.

“Allora tutto ok” concluse David, tirando un sospiro di sollievo. “Adesso riprendiamo da dove eravamo stati interrotti, perché non ho capito bene qual’è il problema, ma mi pare ci sia un problema. Quindi in marcia!”

Ed i tre si avviarono nel fitto del bosco: David in sella a Sentimento ed August che lumacava loro accanto. Avanzarono in silenzio passando in mezzo, di fianco e sotto a meraviglie che David mai aveva neanche immaginato. Cose che avrebbe voluto poter fotografare, ridisegnare o solo essere in grado di poter raccontare. Era tutto così favoloso e senza senso, grottesco e divertente. Ogni piccolo particolare di quel mondo delirante sembrava studiato nei minimi dettagli. Indispensabile alle altre forme di vita che aveva intorno. Si sorprendeva spesso a cercare il corrispettivo del suo mondo: Ah, guarda, sembrano scoiattoli oppure Si comportano proprio come i girasoli. Era tutto così meraviglioso e così reale…

Continuarono in questo modo per un po’, finché non si trovarono di fronte all’entrata perfettamente geometrica di una grotta. Era una arco enorme, tetro nella sua imponenza. La sica continuava lì dentro, e lì dentro era tutto troppo scuro.

“Oh, no…” fu tutto quello che ebbe da dire Sentimento.

“Oh” fu quello che esclamò August.

“Porcaputtana” David era decisamente il più sboccato dei tre.

Fine Prima Puntata.

 

Se hai voglia e tempo, vai qui a farmi una recensione. Per te sono pochi minuti, per me può essere importante.

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