Scinemà: Labyrinth

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Correva il 2006, ed ero iscritto a filmscoop.it ed ogni tanto recensivo i film che mi erano piaciuti nell’adolescenza. All’epoca ero registrato col nick name (tristemente inflazionato, lo so) di Kaiser Soze.

Ripropongo qui le recensioni, con la nuova rubrica Scinemà, partendo da quelle che già feci, e vedi mai che ne aggiunga delle altre…

Cominciamo con Labyrinth di Jim Henson.

Sarah (Jennifer Connelly) è un’adolescente che passa il suo tempo a recitare parti di un libro (Il Labirinto) ma non riesce mai a ricordare il passaggio finale, quando la protagonista si libera dell’influenza del cattivo di turno. Tornando a casa, una sera, scopre che il padre e la matrigna devono uscire, e che spetta a lei badare al fratellastro Toby.

Esasperata dai continui piagnistei del piccolo, dalle ingiustizie che crede di subire (la lite con la matrigna, il trovare il suo peluche preferito nella culla del neonato) e dal fatto di ritenere di non essere libera di fare ciò che vuole, prega il re dei Goblin di venire e portarsi via il piccolo Toby.
Ma come recita il vecchio detto: “Attento a cosa desideri, perché potresti ottenerlo!“. Jareth (David Bowie), il re dei Goblin e signore del Labirinto, viene e se lo porta via…
Comincia così la sua ricerca del bambino che la porterà ad attraversare il labirinto, incontrando strani esseri, e dove si troverà ad affrontare indovinelli, trabocchetti e tradimenti.
Questo è il mondo di Labyrinth.

locandinapg1La storia riprende quel filone narrativo che vede la protagonista entrare in un mondo fantastico ed intraprendere un viaggio che, oltre a portarla alla ricerca del fine ultimo (in questo caso riportare a casa il bambino) la guiderà ad una nuova consapevolezza di se.
Il tema era già stato affrontato in letteratura da storie come “Alice nel paese delle meraviglie” di Carrol e “Il mago di Oz” di Baum, al quale Labyrinth si ispira in maniera molto chiara.

E’ la ricerca, quindi, il tema principale della storia.

Il labirinto, come la vita, non è privo di tranelli e ingiustizie: è lei stessa a reagire ad ogni cosa che le accade con un “Non è giusto”, ma imparerà anche che non sempre quello che serve a qualcuno è giusto per altri.
Se la vita (e la via) da piccoli è semplice e lineare, man mano che si cresce si trovano altre entrate che prima erano invisibili. Scoprirà che le scelte che compiamo hanno sempre una qualche ripercussione (l’indovinello delle due porte – una mente sempre, una dice solo la verità), che a volte è necessario fare degli scambi per ottenere quel che si vuole (i gioielli di Hoggle per il suo aiuto) e che a volte i buoni consigli non vengono da persone manifestamente affidabili (il saggio che in maniera abbastanza confusionaria le dice che a volte la strada dell’andata è quella del ritorno). Si troverà anche a fare i conti con le prime sue pulsioni sessuali (la scena del ballo).
Scoprirà che il male per essere funzionale non deve imporsi, ma agire in maniera ingannevole. Lo dice apertamente Jareth, anche se in maniera volutamente ambigua: “Dovrai solo fare ciò che ti chiedo e sarò il tuo schiavo“.

SPOILER
Saprà però tener testa alle situazioni che le si porranno dinnanzi e compirà il suo processo di maturazione senza però perdere di vista l’innocenza e l’essere “bambini”, riportando a casa il piccolo Toby.
Saprà anche liberarsi definitivamente del cattivo, ricordandosi e comprendendo il significato profondo della frase letta nel libro e che non riusciva a memorizzare, “Tu non hai alcun potere su di me“.

La storia è poi costellata (come d’altronde il paese delle meraviglie e la strada che porta a Oz) di buffi, maldestri e a volte pericolosi personaggi.
Hoggle, codardo ed adagiato sul fatto di esserlo; Ludo, spaventoso quanto affabile mostro e Didymus, buffo cavaliere dalle fattezze canine, minuscolo quanto impavido (a dimostrazione del fatto che nella vita non sono le dimensioni a dare il coraggio).
Jareth, il re dei Goblin e del Labirinto, dal canto suo, ha un atteggiamento più da impiegato che da re del male. E’ il re di quel posto perché nella vita gli è capitato di ricoprire quel ruolo. E’ palesemente solo nella sua sala del trono, unico umano tra i mille esseri che lo circondano, e di fatto col piccolo Toby sviluppa un atteggiamento più da Re con L’erede, che da Malvagio con la sua vittima. Pian piano s’infatua anche della bella Sarah, fino a proporle di rimanere con lui, e facendo di tutto per assecondarla in ciò che lei si aspetta (anche quando le dice di essere stufo di dover ottemperare sempre alle sue aspettative, è simbolico del fatto che a volte le cose si complicano solo perché siamo noi a desiderare che lo facciano, o perlomeno ad aspettarci che ciò accada).
E’ emblematico anche che ogni volta che Sarah prende una decisione importante lo faccia davanti ad uno specchio, perché è solo guardandoci dentro che riusciamo spesso a trovare le risposte e il coraggio che cerchiamo.

Il film da un punto di vista puramente visivo è un gioiellino, le visioni dell’illustratore Bian Froud (lo stesso che immaginò i personaggi di Dark Crystal) e i deliri ispirati a Dalì ed Escher sono fotografati in maniera impeccabile e sognante. Tutto è ripreso sotto una costante luce dai toni caldi.
Migliaia sono i trabocchetti, le illusioni ottiche, i trompe l’oeil, le sovrapposizioni e i riferimenti che impreaziosiscono notevolmente ogni scena girata.
Solo la scena del ballo è ripresa in maniera da risultare un po’ più fredda, proprio perché è la situazione a richiederlo: un delirio nel delirio, un sogno nel sogno.
Le canzoni cantate nella pellicola sono state curate personalmente da Bowie.

Per animare la miriade di personaggi fittizi (goblin, fate, gnomi, nani…), hanno lavorato contemporaneamente decine di marionettisti su set con buchi e doppi fondi; per rendere il tutto un po’ più popolato, più caotico e realistico sono stati poi inseriti dei nani con costumi di scena.
Per i giochi di prestigio con le palle di cristallo (che nel film vediamo fare a Jareth), è stato fatto mettere un prestigiatore alle spalle Bowie (le cui mani erano nascoste) che ha effettuato le evoluzioni praticamente “alla cieca”.

Da notare l’ultima scena, poi, che si svolge nella stanza delle scale, chiaro riferimento all’arte di Escher ed al suo dipinto “Relativity“.

Relativity

Un racconto che è una fiaba vissuta in un sogno.
Avventuratevi anche voi in un mondo dove niente è ciò che sembra.

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