Delle buone intenzioni e del contesto.

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Ok, siamo arrivati più o meno  senza danni alla terza puntata del nostro viaggio nella religione politeista e pseudopagana che è l’ate contemporanea. La serie di articoli nasce per la rivista on line Cultartes, e questo è uscito da poco e lo trovate, in inglese, qui.

Delle buone intenzioni e del contesto.

(Divagazioni sull’arte contemporanea III)

by Pietro Rotelli

Jeff Koons, %22Lobster,%22 2003. Installation view at Château de Versailles

Jeff Koons, Lobster, 2003. Installation view at Château de Versailles

“L’artista è figlio del suo tempo, ma guai a lui se ne è anche il discepolo o peggio ancora il favorito” (Friedrich Schiller)

La seconda chiave della dottrina dell’arte contemporanea è la BUONA INTENZIONE e, come tutti ben sappiamo, persino la strada per l’inferno ne è lastricata.

Vediamo come l’arte diviene una ONG che sfrutta l’ignoranza dello stato attraverso tutte le opere di cui abbiamo parlato nelle due puntate precedenti: se i lavori sembrano sostanzialmente privi di valore estetico, sono comunque moralmente “verniciati” di buone intenzioni. Sono inclusivi, ecologici, sostenibili, esortanti, politicamente impegnati e scientificamente corroborati.

E’ curioso come queste opere che assassinano l’arte, insistano a voler salvare il mondo e l’umanità: difendono l’ecologia, denunciano il sessismo, accusano il consumismo, il capitalismo o l’inquinamento, col paradosso dell’essere costituite spesso da materiali plastici difficilmente smaltibili ed avere un costo  pari a quello di ville di lusso inserendosi, conseguentemente,  nell’economia consumistica che accusano. E come possono, questi costosissimi pezzi di plastica, essere considerati arte?

Arriviamo così al terzo dogma principale che è l’ambiente. Gli oggetti cessano di essere quello che sono nel momento esatto in cui attraversano della soglia del Museo. Le opere sono ovunque, nell’area espositiva o sul manifesto: tutto contribuisce a far si che un oggetto privo di bellezza o intelligenza propri, diventi un oggetto d’arte.

Nella grande arte classica è l’opera che crea il contesto: un museo è definito tale dalla sua collezione di dipinti, una piazza dalla sua statua o dalla sua fontana, un centro storico dal suo monumento o dalla sua architettura. Dando riparo ad alcune opere il museo ci dice che le loro caratteristiche sono straordinarie, il loro contributo estetico, culturale e storico richiedono che siano protette e classificate, conservate, tramandate e mostrate. La creazione è così condivisa e la conoscenza è a portata di tutti. Questo quadro implica che tutto ciò che è all’interno di questa custodia (il museo) sia arte.

Maurizio Cattelan Untitled 2007

Maurizio Cattelan, Untitled, 2007

Mentre i musei, custodi della vera arte, consistono di opere che anche al di fuori delle mura non cambiano la loro natura di opera d’arte (la Gioconda, appesa nel vostro bagno, resterebbe la Gioconda, il suo valore artistico e storico non muterebbe), l’arte che chiamiamo contemporanea ha bisogno di queste mura, di questa istituzione e di questo contesto per esistere come essenza artistica agli occhi del pubblico (l’orinale di Duchamp, nel vostro bagno, sarebbe un orinale).

Queste opere vengono acquisite da elementi della vita quotidiana, sono oggetti comuni, sono strutture con mobili per ufficio o installazioni sonore con il rumore della strada: è l’atmosfera creata dal museo che è responsabile della trasformazione di queste letterali repliche della realtà in qualcos’altro. Questi oggetti, incapaci di creare e portare qualcosa in più alla realtà, si vedono infondere dall’ambiente circostante questa singolarità che l’artista non è riuscito a dare loro.

Poiché è nel museo è un lavoro prezioso, importante: è arte.

Il dogma di contesto è uno stratagemma per non ammettere l’inevitabile conseguenza  che la situazione richieda l’uso di un museo per esistere. Il filosofo Theodor Adorno e il pittore e teorico Kazimir Malevich avevano disprezzato importanti musei come il Louvre, chiamandoli cimiteri e preannunciandone la scomparsa.

Non avevano immaginato che l’arte contemporanea non avrebbe potuto esistere senza quelle stesse mura.

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